Fuoco ad Arte!

Artisti e fornaci

La felice stagione della ceramica a Roma e nel Lazio tra simbolismo, teosofia e altro. 1880-1930

6 marzo - 29 maggio 2005

Il periodo che corre tra fine Ottocento, Liberty e primo Déco, a Roma e nel Lazio, vede una originale produzione ceramica grazie all’intervento di artisti come Cambellotti, Prini, Randone, Bassanelli, Bottazzi, Biagini, Castellani e molti altri ancora.

Francesco Randone, personalità fino a ieri inesplorata, rappresenta un singolare collegamento con le utopie di Monte Verità ad Ascona, sviluppando un’attività che mescola teosofia a socialismo umanitario, la lezione della Montessori alle sfide europee in ambito artigianale, richiamando il pensiero di Ruskin, Morris, Van de Velde. Randone, in una sorta di voluta emarginazione colta, apre la sua scuola di ceramica nelle Mura Aureliane a tutti, poveri e non; studia l’arte etrusca per giungere sapientemente alla realizzazione di neri buccheri, durante cerimonie rituali legate a reminiscenze teosofiche. Quasi fossero vestali, le figlie, in abiti ampi, partecipano anch’esse alle serate dedicate alla cottura delle ceramiche che egli organizza, attraverso inviti a tema quali: “Pace latina, Libertà, Eguaglianza, Fratellanza”.

Presentare le ceramiche d’autore prodotte dai piccoli forni degli artisti idealmente guidati da Duilio Cambellotti in una Roma secessionista, tutt’oggi scarsamente studiata, ricca di relazioni ed echi europei, può offrire un contributo alla stessa storia dell’arte romana, consentendo anche, tramite Randone, un approfondimento della storia di Ascona e il suo territorio. Ne può scaturire un profilo inusuale della società degli artisti nell’Europa del generale rinnovamento culturale dei primi decenni del Novecento, portando alla luce tematiche ancora da approfondire e di grande fascino quali, la produzione ceramica degli artisti che dialoga con la “Kuntskraft”, la “Morris Marshall Faulkner and Co.”, le “Arts and Crafts Exhibition Society” e le numerose Esposizioni internazionali (di Londra, Parigi, Bruxelles), dietro cui sono singole personalità, movimenti artistici di assoluto rilievo.

L’impegno degli artisti è quello di tradurre l’arte ceramica sullo stesso piano delle arti maggiori, coinvolgendo nel contempo i loro interessi sia etici che estetici. Arte artigianale significa anche valorizzazione di un mondo arcaico, contadino, che esplicitamente si allontana da quello industriale, e recupera gli ideali che da Rousseau a Tolstoj, attraverso Owen, Fourier, Proudhon e Steiner alimentano pure Monte Verità. Nel superamento della distinzione tra arti maggiori e minori, inoltre, si configura il concetto di “arte totale” di ascendenza romantica—wagneriana, simbolicamente rappresentata dalla linea sintetica, dinamica e strutturante dell’art nouveau, che giunge fino alla “Gesamtkunstwerk” (sintesi delle arti) del Bauhaus, oltre l’ Art Déco, e che viene già prima sperimentata, intorno al 1915, nella scuola d’arte di Monte Verità di Rudolf von Laban.

Antefatto di questa mostra è una collaborazione tra il Dicastero cultura del Comune di Ascona e l’Assessorato alle Politiche Culturali — Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, nelle persone di Maria Elisa Tittoni e Maria Paola Fornasiero, e una più ampia esposizione, frutto di attenta ricostruzione delle manifatture ceramiche romane che ha consentito la scoperta di opere inedite, di autori sconosciuti, presentata al Museo di Roma in Trastevere nell’estate del 2003, a cura di Irene de Guttry, Maria Paola Maino e Claudio Carocci, promossa dal Comune di Roma, dagli Archivi delle Arti Applicate Italiane del XX secolo e dall’Associazione Arte e Tradizioni di Grottaferrata.

La mostra di Ascona offre in visione oltre 100 opere, tra ceramiche e disegni, appositamente scelte per rappresentare quel fenomeno “ceramica romana”, che ha visto la partecipazione nei primi anni Venti del Novecento di un numero elevato di artisti (tra cui Olga Modigliani, Roberto Rosati, Torquato Castellani, Ferruccio Palazzi, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi, Giovanni Prini, Achille Luciano Mauzan, Adolfo de Carolis, ecc.), gravitanti attorno alla figura pionieristica di Francesco Randone e a quella versatile di Duilio Cambellotti. Nuovo, per la mostra di Ascona, è qui lo studio su Francesco Randone a firma di Giovanna Caterina de Feo. Nello scoprire il fare di quest’autore teosofo se ne coglie lo sforzo di avvicinare la natura alla purezza primordiale, per esempio nella forma—tartaruga del 1905, uno dei suoi famosi buccheri, analogia sorprendente con i presupposti dell’insegnamento di Rudolf von Laban.

Rolando Bellini

Mara Folini

LE SEZIONI DELLA MOSTRA

Cambellotti / Randone

Duilio Cambellotti

In quel naufragio non vedo ora galleggiare che Cambellotti

e… forse forse… Balla!

Umberto Boccioni, 1908

Di umili origini, Cambellotti è uno dei più poliedrici e impegnati tra gli artisti italiani della sua generazione. Il suo stile fortemente simbolista è indissolubilmente legato ai temi dell’impegno sociale. Disegna manifesti perché la riproducibilità può rappresentare “l’arte per tutti”, fa ceramica prendendo a modello forme popolari tradizionali poiché queste sono essenziali, democratiche e antiaccademiche. Si dedica all’insegnamento per perpetuare i saperi artigianali, per aiutare i poveri, i reduci, i figli dei contadini dell’Agro Romano. Il socialismo umanitario, dunque, trova in lui un interprete forte e deciso. La sua visione della natura affonda nel culto dei riti agricoli arcaici, nell’osservazione degli animali, idealmente rappresentati in libertà o in condizione primordiale così come la natura, anche nella rimembranza e nell’evocazione di civiltà preclassiche e barbariche. Senza far distinzioni di classe tra arti maggiori e arti minori, è scultore e al contempo grafico, illustratore, scenografo, ceramista, disegnatore di vetrate, di arazzi, di mobili.

Alla ceramica si avvicina nel 1908, limitandosi inizialmente a dipingere su forme popolari cotte nelle fornaci romane, ma già nel 1911, alla Mostra dell’Agro Romano organizzata dal Comitato delle Scuole per i Contadini, per raccogliere fondi, espone e vende ceramiche ideate e realizzate da lui e dai suoi allievi Roberto Rosati e Virgilio Retrosi. Nel 1917 crea, all’Istituto di S. Michele a Ripa, la Scuola Comunale di ceramica di cui per dieci anni sarà direttore; forma quella generazione di artisti— artigiani, decoratori, modellatori, fornaciai - che diventeranno i protagonisti della fortunata storica vicenda della “ceramica romana”. Qualche anno dopo sperimenta nuovi impasti per realizzare buccheri, le ceramiche nere degli etruschi, seguendo l’esempio di Francesco Randone che a questo materiale arcaico si era dedicato fin dagli inizi del secolo.

Francesco Randone

Il pittore Francesco Randone si trasferisce a Roma nel 1882 e si installa all’interno delle Mura Aureliane, nel tratto che affaccia da un lato su via Campania e dall’altro su Villa Borghese. Apre uno studio e una scuola d’arte dove bambini di ogni classe sociale, fianco a fianco, imparano a modellare ceramiche. Nella Scuola delle Mura, che è anche sede di conferenze e luogo d’incontro di artisti e personalità della cultura, Randone fin dagli anni ottanta dell’800 si dedica alla ceramica, costruisce un forno dove cuoce anche lavori dei suoi giovani allievi. Le sue opere sono spesso realizzate in bucchero, l’impasto etrusco la cui antica tecnica di esecuzione era ormai dispersa e che, dopo lunghe e faticose ricerche, egli ritrova intorno al 1902. Artista dalla personalità originale, intrisa di socialismo umanitario, misticismo, spiritismo, Randone elabora un suo metodo educativo per il quale l’attività manuale del fare ceramica è esercizio spirituale. I suoi primi lavori sono ritratti su piatto o vedute che documentano il graduale avvicinamento a tematiche proprie del simbolismo; simbolismo che si accentua in piccole sculture come “Signora del lago” dal chiaro significato mistico, le cui forme sembrano diventare più sfuggenti e indeterminate. Nel 1911, per la Mostra del Cinquantenario dell’Unità d’Italia, Randone presenta a Castel Sant’Angelo il plastico in terracotta della cinta muraria della città di Roma; nel 1923 fonda la rivista “Cronache di arte educatrice”, con il contributo di molti intellettuali dell’epoca. Partecipa in seguito a numerose esposizioni, l’ultima è quella Internazionale di Barcellona del 1929, dove viene premiato con medaglia d’oro. Le figlie affiancano l’attività paterna, realizzano ceramiche ispirate al mondo animale; collaborano ad animare il cenacolo di amici e conoscenti, radunati intorno al focolare della fornace. La Scuola delle Mura è ancora oggi aperta e funzionante, gestita dagli eredi.

Art nouveau

L’Art nouveau — per dirla in estrema sintesi — è lo stile moderno internazionale che prorompe in Europa negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900. In Italia prende il nome di Liberty: Galileo Chini a Firenze e Domenico Baccarini a Faenza ne interpretano con successo i moduli. A Roma, città conservatrice, l’Art nouveau trova, a conti fatti, pochi adepti, tuttavia varrebbe la pena approfondirne la conoscenza. Distinguendosi a figure emblematiche di tale linguaggio artistico, Torquato Castellani e Francesco Randone rinnovano il repertorio decorativo delle loro ceramiche adeguandolo a quel gusto per il floreale e per la linea sinuosa, tipico del nuovo stile. Adolfo De Carolis ne offre un’interpretazione ispirata allo stile dei fratelli Della Robbia e al preraffaellismo. Umberto Bottazzi, pittore e architetto, rivela, nei pochi manufatti ceramici da lui decorati, tutta la sua sapienza di illustratore colto e aggiornato. Olga Modigliani, in quegli anni per lei di esordio, adotta motivi decorativi vari, rinascimentali, islamici, ma anche liberty.

Arcadia, Natura e Mito

I temi pastorali costituiscono una dominante della decorazione pittorica della ceramica romana dei primi anni venti del Novecento, ma hanno antecedenti illustri. Arnold Böcklin, durante il suo soggiorno romano (1853—1857), riscopre il fascino di una classicità mitica: i suoi arcaici paesaggi sono popolati da ninfe, satiri, fauni, tritoni e centauri. Tra simbolismo fiabesco e primitivismo arcadico si muove la pittura dei francesi Pierre Puvis de Chavannes e Odilon Redon, cui gli artisti romani fanno riferimento influenzati anche dall’irruente modernità dei “fauves”, dal loro acceso cromatismo e dalla rivalutazione di una figura femminile più libera e vitale che si muove in una natura vista come un arcaico bosco istintuale. Un avvenimento, capace di portare altri alimenti al mondo dell’arte, è dato dalle rappresentazioni al Teatro dell’Opera di Roma dei Balletti russi di Diaghilev, nel 1917. Quel che rende il fenomeno “ceramica romana” tanto interessante è il riflesso di questo storico scenario, è la partecipazione, seppure occasionale e temporanea, di un numero elevato di artisti maggiori e minori a questa avventura. Seguendo l’esempio di Duilio Cambellotti si dedicano alla ceramica Giovanni Prini, Roberto Rosati, Giulio Rufa, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi. L’arte ceramica diventa di moda quando, subito dopo la prima guerra mondiale, come per incanto nascono a Roma nuove fornaci e nuove manifatture, si aprono scuole e corsi di ceramica che chiamano in causa gli ideali pedagogici e sociali che, percorrendo l’intera Europa, trovano anche qui, in ambito romano, un terreno fertile cui attecchire. Le fornaci più frequentate sono quella dei Randone, il Laboratorio Nuova Ceramica e la Fiamma create da Ferruccio Palazzi. L’antica fabbrica Borzelli lancia una sezione artistica moderna, la Palatino Ars. Più o meno contemporaneamente nascono la Keramos del ceramista Renato Bassanelli, La Salamandra di Davide Fabbri, la Squarciarelli dei Fratelli Tidei di Grottaferrata e le manifatture minori Lena e Lanni. Lo scultore Alfredo Biagini cuoce sotto l’egida del Sindacato Industrie Artistiche Italiane fondato da Agostino Colonnelli. L’episodio “ceramica romana” si può considerare, inoltre, un primo esempio di “industrial design” in Italia, in quanto gli artisti disegnano modelli che vengono replicati più volte e immessi nel mercato nazionale e internazionale. Il fatto sorprendente è che, al di là dell’impronta personale di ciascun artista, della ricchezza degli influssi e degli orientamenti stilistici di ognuno, le ceramiche romane, accomunate dai temi decorativi e dalla gamma dei colori impiegati, soprattutto dal colore della terra di base, si distinguono e si identificano attraverso uno stile unitario e per noi, oggi, inconfondibile.

Animalismo tra paleostoria e modernità

Dalle grotte di Altamira in poi, per meglio dire dalla riscoperta e rivalutazione dell’arte paleostorica, il mondo animale è protagonista dell’immaginario figurativo umano. Sul finire del XIX secolo con il gusto dilagante dell’esotismo irrompe sulla scena artistica, sia pure a vario titolo e secondo le più diverse declinazioni, la fauna dell’Oriente e dei paesi tropicali. Rudyard Kipling per i suoi libri della giungla viene premiato con il Nobel nel 1907. In Italia i romanzi “malesi” di Salgari vanno a ruba. Roma, per ultima rispetto alle altre capitali europee, inaugura nel 1911 il suo giardino zoologico che subito diventa luogo di pellegrinaggio degli artisti desiderosi di osservare “dal vero” — come impone la cultura modernista — gli animali venuti da lontano. Tra i primi frequentatori Duilio Cambellotti, allora alle prese con le illustrazioni del volume “Le mille e una notte”. Egli fissa sulla carta, in rapidi schizzi, immagini che, rielaborate, si troveranno in disegni, sculture, arazzi, ceramiche, venendo così a integrare il suo già ricco campionario di animali, il mondo arcaico della campagna romana. Nel 1911, all’Esposizione per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia, il giovane Rembrandt Bugatti espone, nel grande salone della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, due sculture di giaguari e una tigre in bronzo. Alfredo Biagini, nelle successive mostre della Secessione romana, rivela un singolare talento di cultore animalier creando, tra l’altro, ceramiche di rara eleganza e convincente plasticità. Roberto Rosati, altro grande protagonista delle vicende della ceramica romana, porta un ulteriore contributo al tema. Le forme degli animali vengono abbinate a decorazioni cromatiche che ne contraddicono spregiudicatamente il naturalismo attraverso marmorizzazioni e colature; procedimento che, con uno scarto semantico, rende questi oggetti d’una loro peculiare modernità e, corrispondendo a istanze sempre più diffuse a livello europeo, alla moda.

Manifesto

Sede

Museo Comunale d'Arte Moderna, Ascona

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